Last Updated on Agosto 26, 2025 by admin
Dott.ssa Emanuela Sara Caldora (Tirocinante Suor Orsola Benincasa)- Positive Therapy srl Nola
Una riflessione sulla pregnanza dei significati attribuiti alla morte e su una nuova ottica rielaborativa del fine vita.
ABSTRACT
L’articolo prende spunto dalla tesi di laurea in psicologia dinamica intitolata “RAPPRESENTAZIONI DI MORTE, ATTACCAMENTO E SICUREZZA”, esaminando la connessione tra stili di attaccamento, senso di sicurezza e percezioni della morte negli adulti, indagando come le differenze individuali nel sistema di attaccamento influenzino il pensiero e le emozioni riguardo alla morte propria e altrui.
Dopo un’introduzione teorica e storico-culturale sul concetto di morte, arricchita da autori come Philippe Ariès, Zygmunt Bauman, Irvin Yalom e John Bowlby, è presentata una ricerca su 328 adulti. I partecipanti hanno risposto a un questionario online con misure standardizzate sull’attaccamento (ECR), senso di sicurezza percepita e rappresentazioni della morte (usando categorie semantiche definite).
I risultati mostrano che chi ha uno stile di attaccamento sicuro tende a vedere la morte in modo più
accettante, simbolico e spirituale. Al contrario, chi ha un attaccamento insicuro, specialmente evitante
e ansioso, associa la morte a paura, dissoluzione o negazione. Sono evidenti differenze tra le
rappresentazioni della propria morte e quella degli altri, sottolineando l’importanza della relazione
nel pensiero sulla morte.
In breve. . .
La discussione analizza i risultati attraverso la teoria dell’attaccamento, la Terror Management Theory
(TMT) e i processi simbolici legati alla morte, offrendo interpretazioni e applicazioni per il lavoro
clinico. Sono evidenziati i limiti della ricerca e delineate le prospettive future.
INTRODUZIONE
Il presente studio nasce dal desiderio di esplorare come la rappresentazione della morte influenzi la
vita emotiva e sociale delle persone, e come l’attaccamento e il contesto relazionale contribuiscano
al nostro modo di affrontare la fine della vita, sia nostra che altrui. Viviamo in una società occidentale
che presenta una visione ambivalente della morte: da un lato ne esaspera la visibilità attraverso i
media, mostrando quotidianamente immagini tragiche e catastrofiche; dall’altro, censura
profondamente la morte naturale, relegandola a un tabù carico di silenzio e pudore.
Questa rimozione sociale genera ansia, alimentata dal fatto che non siamo più in grado di parlarne
apertamente, né di trasmettere un linguaggio emotivo adeguato ad affrontare il lutto. Tale
disconnessione è emersa anche nei racconti dei partecipanti alla mia ricerca, molti dei quali hanno
riferito di aver provato angoscia nel rispondere al questionario, trovandosi di fronte a riflessioni che
non avevano mai affrontato prima. Questa distanza emotiva, tuttavia, non elimina il bisogno umano
di dare senso alla perdita, e spesso la negazione diventa una strategia difensiva che ci lascia, infine,
disarmati.
Cosa accade nei bambini
Anche nei bambini, spesso esclusi da qualsiasi discorso sulla morte, questa mancanza si manifesta: li
proteggiamo con eufemismi, evitando di dire la verità, ma così facendo li priviamo della possibilità
di comprendere la vita nella sua totalità. Come sottolinea il palliativista Nespral, oggi “morte” e “bambini” sembrano parole inconciliabili, eppure è proprio nell’infanzia che si gettano le basi per
elaborare con consapevolezza la perdita.
Oggi, le nuove generazioni si trovano impreparate di fronte alla morte, perché non vengono più
accompagnate a comprenderla. Il lutto viene rimandato, ignorato, o reso invisibile, fino a trasformarsi
in un trauma. L’essere umano, a differenza degli altri animali, è consapevole della propria finitudine,
ma questa consapevolezza viene costantemente repressa per evitare il terrore dell’annientamento.
Nel passato, la morte era vissuta in famiglia; oggi è affidata alle istituzioni sanitarie, con un passaggio
che ha reso il morire più sterile, distante, e paradossalmente più solitario. In ospedale si trova tutto il
necessario tranne ciò che davvero conta: la vicinanza umana. La società liquida descritta da Bauman
alimenta una solitudine diffusa che, nel momento del congedo dalla vita, si fa assordante. Quella che
viviamo oggi, forse, è la morte più disumanizzante: quella vissuta in silenzio, senza parole, senza
rituali, e senza l’aiuto della comunità.
EXCURSUS STORICO DELLA RAPPRESENTAZIONE DELLA MORTE
Per comprendere come oggi rappresentiamo la morte, è necessario osservare come l’umanità l’ha
vissuta nel tempo. Fin dalle civiltà più antiche, il rapporto tra morte e spiritualità è stato inscindibile:
l’uomo ha sempre cercato di spiegare l’ignoto attribuendogli significati religiosi e rituali. Gli Egizi,
ad esempio, accompagnavano i defunti nel loro viaggio verso l’Aldilà con il Libro dei Morti e pratiche
di mummificazione, mentre per gli Aztechi i sacrifici umani avevano la funzione di garantire
prosperità ai vivi, nutrendo il Sole stesso.
Anche nella Grecia antica la morte era oggetto di riflessione filosofica: Socrate e Platone la
consideravano una separazione tra corpo e anima, e la sua accettazione era parte di un processo
razionale. Con l’arrivo del cristianesimo, però, il morire assume nuove sfumature legate al giudizio e
alla salvezza eterna, generando anche paura e ansia per il destino dell’anima.
Philippe Ariès ha descritto l’evoluzione dell’atteggiamento verso la morte attraverso quattro fasi:
- la morte addomesticata, vissuta in famiglia, con riti di accompagnamento sereni;
- la morte del sé, in cui cresce il timore del giudizio divino e il cerimoniale si complica;
- la morte dell’altro, che segna l’allontanamento fisico ma l’intensificazione emotiva;
- la morte proibita, propria dell’epoca contemporanea, dove il morire è diventato un tabù da
nascondere.
Durante la pandemia da Covid-19, questa rimozione simbolica si è scontrata con una realtà brutale e
visibile: la morte è tornata protagonista del quotidiano, ma in una forma spersonalizzata e
mediaticamente anestetizzata, spesso priva di riti, di parole e di accompagnamento. Questa esperienza
collettiva ha reso evidente quanto siamo impreparati, emotivamente e socialmente, ad affrontare il
fine vita.
LA PAURA DELLA MORTE
La paura della morte – o tanatofobia – è una componente psicologica profonda, trasversale a molte
esperienze umane e potenzialmente legata a varie forme di sofferenza mentale. Come afferma Irvin
Yalom, l’angoscia esistenziale nasce dalla consapevolezza che ogni vita, prima o poi, finirà. Tuttavia, pochi sono in grado di esprimere tale consapevolezza attraverso l’arte o la filosofia: per molti, essa si
manifesta sotto forma di ansia diffusa, pensieri intrusivi, paura del dolore o della perdita.
Questa “death anxiety” può assumere un carattere transdiagnostico, ovvero comune a molte
psicopatologie. Si riflette, ad esempio, in chi soffre di attacchi di panico, ipocondria, agorafobia o
ansia da separazione, dove la paura della morte – propria o altrui – si insinua nella vita quotidiana
sotto molteplici forme. In una società come la nostra, che ha smarrito punti di riferimento stabili,
l’insicurezza diventa il terreno fertile su cui questa angoscia cresce. Come suggerisce Bauman,
viviamo un’epoca segnata da paure costanti, alimentate dalla perdita di valori comuni e da un eccesso
di libertà che, invece di liberarci, ci rende più soli e spaesati.
In questo contesto, la morte non è solo una realtà biologica, ma anche una rappresentazione
psicologica e culturale che riflette il nostro bisogno di senso, di protezione e di appartenenza.
LA RELIGIONE COME RISPOSTA ALL’ANGOSCIA ESISTENZIALE
L’essere umano, di fronte all’assenza di certezze e all’impossibilità di prevedere il futuro, cerca
risposte che diano senso alla propria esistenza. La religione rappresenta uno dei principali strumenti
attraverso cui si affronta l’ignoto, soprattutto il pensiero della morte. Che si tratti di Paradiso,
Reincarnazione o altre forme di vita ultraterrena, ogni credo propone un’esistenza oltre la morte che
dona consolazione e attenua l’angoscia esistenziale. Questo bisogno si fonda su una paura
primordiale: il terrore del nulla, dell’inesistenza.
Secondo Irvin Yalom, la tanatofobia – l’ansia legata alla morte – è come una musica di fondo che
accompagna la nostra vita. Temiamo di smettere di esistere, di perdere il contatto con chi amiamo, di
non lasciare tracce. La mente umana, incapace di tollerare il vuoto, cerca di riempire l’ignoto con
simboli, narrazioni, rituali. È in questo che la religione diventa non solo fede, ma anche strumento
psicologico di gestione della paura. Tuttavia, chi non riesce ad affidarsi a queste credenze rischia di
rimanere paralizzato, e proprio da questo blocco nasce spesso la psicopatologia.
TANATOFOBIA, COPING E GESTIONE DEL PENSIERO DELLA MORTE
Sigmund Freud fu tra i primi a indagare la paura della morte in chiave psicoanalitica, considerandola
una maschera che cela altri conflitti irrisolti. Secondo lui, la mente umana nega la morte perché non
è in grado di accettarne la realtà. La tanatofobia sarebbe quindi una fobia universale e profondamente
inconscia. Ernest Becker, invece, vide nella consapevolezza della morte una minaccia diretta
all’identità, e propose che la cultura stessa sia una difesa contro l’annientamento: attraverso valori,
miti e sistemi simbolici, l’uomo si costruisce un’illusione di eternità.
Queste riflessioni confluiscono nella Terror Management Theory (TMT), secondo la quale l’essere
umano, per difendersi dall’angoscia della morte, sviluppa due strategie fondamentali: l’aumento
dell’autostima e il rafforzamento delle proprie visioni culturali del mondo. Di fronte alla coscienza
della finitudine (mortality salience), queste strutture simboliche fungono da “barriera psicologica”.
Tuttavia, quando queste difese si incrinano – ad esempio per una malattia o la perdita di un caro –
l’ansia riemerge in tutta la sua forza. Per questo, la TMT spiega anche fenomeni come la chiusura
ideologica, la stigmatizzazione delle differenze culturali e l’urgenza di controllare la propria
vulnerabilità attraverso la medicina e la prevenzione.
LA MORTE NELLA MENTE IN CRESCITA: RAPPRESENTAZIONI NEI BAMBINI E
NEGLI ADOLESCENTI
Durante lo sviluppo, il concetto di morte evolve in modo significativo. Nei primi anni di vita, i
bambini non comprendono la morte come evento permanente: tendono a interpretarla attraverso il
pensiero magico, confondendo realtà e fantasia. In questa fase è fondamentale un linguaggio
semplice, diretto e privo di eufemismi, per evitare fraintendimenti e sensi di colpa.
Con l’ingresso in età scolare, i bambini iniziano a capire che la morte è definitiva, universale e
irreversibile. Aumenta la loro capacità di comprensione causale, ma anche la vulnerabilità emotiva.
In adolescenza, la consapevolezza diventa simile a quella adulta: i giovani possono porsi domande
esistenziali, ma spesso faticano a esprimere le emozioni legate alla perdita. Se non accompagnati,
rischiano di vivere il dolore in solitudine, in un’età già fragile e piena di trasformazioni.
ATTACCAMENTO, PERDITA E LUTTO: L’IMPRONTA DELL’AMORE E DEL
DISTACCO
Amare significa, inevitabilmente, esporsi alla possibilità della perdita. Ogni relazione significativa
racchiude in sé il seme del dolore, poiché il legame – come sostiene Bowlby – è alla base della nostra
stabilità emotiva, ma anche della nostra vulnerabilità. La separazione da una figura di attaccamento,
soprattutto nella prima infanzia, può essere vissuta come una “piccola morte” e lasciare un’impronta
profonda nello sviluppo psicologico dell’individuo.
Bowlby, ispirato dagli studi etologici di Lorenz, ha posto l’accento sulla natura innata
dell’attaccamento, sottolineando come la qualità della relazione con il caregiver influenzi non solo
l’equilibrio emotivo del bambino, ma anche la sua futura capacità di gestire l’assenza, la separazione,
e infine, il lutto. Quando la figura di riferimento è prevedibile, disponibile e sensibile, si sviluppa un
attaccamento sicuro; quando invece è incoerente, assente o spaventante, emergono forme insicure o
disorganizzate, che possono rendere più difficile affrontare la perdita.
L’attaccamento è un sistema regolativo dell’emotività, e la sua efficacia – o inefficacia – getta le basi
per il modo in cui vivremo il primo grande distacco: la morte di una persona cara. Bowlby considera
il lutto come un’estensione dell’angoscia da separazione, un trauma biologicamente programmato,
che può essere elaborato in modo più o meno sano in base alla storia relazionale e affettiva della
persona.
IL LUTTO COME FERITA PROFONDA E PROCESSO COMPLESSO
La perdita, soprattutto se improvvisa o traumatica, può attivare reazioni psicologiche intense e
prolungate. In psicologia clinica si riconoscono tre principali forme di lutto problematico: il lutto
complicato, il lutto prolungato e il lutto traumatico, ciascuno con caratteristiche specifiche che, se non affrontate, possono portare a condizioni psicopatologiche come depressione, disturbo post-
traumatico da stress o isolamento sociale. Come sottolinea Ines Testoni, il lutto si conclude solo quando il cambiamento viene integrato a livello intimo e sociale. Tuttavia, il dolore spesso resta bloccato, irrisolto, e può assumere una forma cronica e invalidante. Il lavoro sul lutto (grief work) diventa allora fondamentale: aiuta la persona a rielaborare l’evento, prevenendo derive patologiche e facilitando la ricostruzione di un nuovo equilibrio esistenziale.
FASI DELL’ELABORAZIONE: MODELLI TEORICI A CONFRONTO
Nel tempo, diversi studiosi hanno cercato di descrivere le fasi del lutto. Il modello più noto è quello
di Elisabeth Kübler-Ross, che articola il processo in cinque tappe: negazione, rabbia,
contrattazione, depressione e accettazione. Questo schema offre una mappa utile, anche se non
sempre lineare, per comprendere il percorso emotivo di chi affronta una perdita.
Bowlby propone invece un modello in quattro fasi: disperazione acuta, bisogno di ritrovare il
defunto, disorganizzazione e riorientamento. Inizialmente il dolore è intenso, ma col tempo,
attraverso il ricordo, la ricerca di senso e la riorganizzazione della vita, la persona inizia a integrare
la perdita, senza dimenticare, ma dando al defunto un nuovo posto nella propria interiorità.
Questi modelli, sebbene culturalmente situati, offrono strumenti preziosi per comprendere la
complessità del lutto e la necessità di un supporto adeguato, non solo clinico ma anche educativo e
sociale.
IL PRIMO LUTTO COME ARCHETIPO DEL DISTACCO
Ogni lutto in età adulta richiama le prime esperienze di separazione vissute durante l’infanzia. Il modo
in cui queste prime fratture vengono vissute e gestite determina la nostra capacità di affrontare perdite
future. Rank e Bowlby concordano nel vedere nel distacco iniziale dalla madre un momento fondativo
e potenzialmente traumatico, che può segnare l’intera traiettoria affettiva della persona.
Educare alla perdita, fornire linguaggi adeguati e costruire ambienti relazionali sicuri è un
investimento fondamentale nella prevenzione del disagio e nello sviluppo della resilienza. Il lutto,
quando elaborato con consapevolezza, può diventare non solo una ferita da guarire, ma anche
un’esperienza trasformativa, che apre a nuove modalità di presenza e connessione con la vita.
RICERCA
La ricerca ha esplorato come percepiamo la morte, concentrandosi su due aree chiave: l’ansia legata
alla morte e la sua rappresentazione mentale. Abbiamo creato un questionario per analizzare
l’influenza di tre variabili psicologiche e relazionali: la solitudine percepita, lo stile di attaccamento e
la religiosità, per capire come influenzano il nostro approccio alla morte, sia emotivamente che
simbolicamente.
L’ipotesi suggerisce che il modo in cui rappresentiamo la morte è intimamente legato alla qualità delle
nostre relazioni affettive e alla nostra visione spirituale o religiosa del mondo. Abbiamo ipotizzato
che i giovani adulti, oggi spesso più distanti dalla religione, possano provare maggiore ansia verso la
morte. Al contrario, negli adulti più maturi, una consapevolezza esistenziale sviluppata potrebbe
favorire un atteggiamento più razionale e integrato.
Uno studio chiave (Swanson & Byrd, 2018) evidenzia come il grado di coesione sociale e la qualità
delle relazioni influenzano la gestione della paura della morte: la solitudine aumenta il disagio
esistenziale, mentre una forte rete sociale aiuta a condividere e tollerare meglio le perdite.
Analogamente, lo stile di attaccamento e il livello di religiosità influenzano la nostra rappresentazione
della morte. L’ipotesi era che chi ha un attaccamento ansioso o evitante veda la morte come
annientamento, mentre chi ha un attaccamento sicuro o una fede profonda immagina un “oltre” meno
minaccioso. Uno studio recente di Bulut (2023) ha dimostrato che negli adulti musulmani turchi, la paura della morte è maggiore in chi adotta strategie di coping religioso negative, e che l’attaccamento
ansioso accresce il disagio se non supportato da una fede funzionale.
IL CAMPIONE E LE SUE CARATTERISTICHE
Nella ricerca condotta con 332 partecipanti adulti, solo 328 questionari sono stati considerati validi,
poiché 4 persone non hanno autorizzato il trattamento dei dati. Il campione era composto
principalmente da donne (81%), con età tra 19 e 67 anni (media di 28,6 anni). Il livello di istruzione
era generalmente medio-alto, con il 69% dei partecipanti diplomati e una significativa presenza di
laureati.
Sul fronte occupazionale, la maggioranza era costituita da studenti e studenti-lavoratori (69%),
mentre il restante era composto da lavoratori full-time, autonomi, part-time, disoccupati e pensionati.
Per quanto concerne la sfera sentimentale, il 45% dei partecipanti viveva una relazione stabile, il 30%
era single e il 23% era convivente o sposato.
Un dato interessante riguarda la religiosità: il 42% si è dichiarato credente, il 31% agnostico e il 21%
ateo, con un 6% che non ha risposto. Tuttavia, emerge con forza che l’80% non partecipa attivamente
a pratiche religiose. La religione cristiana era la più rappresentata (151 partecipanti), seguita da altre
confessioni come islamica, buddista e altre minoranze.
STRUMENTI
Sono stati somministrati quattro strumenti psicologici. La Testoni Death Representations Scale
(TDRS) ha valutato la rappresentazione ontologica della morte lungo un continuum tra passaggio e
annientamento. La Death Anxiety Scale (DAS) ha misurato l’ansia legata alla morte con 15 item
vero/falso. Successivamente, il Relationship Questionnaire (RQ) ha permesso di rilevare gli stili di
attaccamento, mentre la UCLA Loneliness Scale – Version 3 (UCLA LS3) ha misurato il livello di
solitudine percepita. Le analisi hanno indagato le correlazioni tra attaccamento e solitudine, per
comprendere meglio le dinamiche relazionali e individuare possibili interventi per il benessere
psicologico.
PROCEDURA
La raccolta dati è avvenuta tramite un questionario online intitolato “Le credenze, i sentimenti, il
disagio psicologico”, realizzato con Microsoft Forms e diffuso via social network e QR code in piazze
di città come Bologna, Mantova e Verona. Dopo l’informativa e il consenso informato, i partecipanti
hanno fornito dati anagrafici e risposto alle domande, a partire dalla religiosità fino alle batterie di
test. La somministrazione è durata circa due mesi, da metà febbraio a metà aprile 2024. Sono emersi
feedback eterogenei: alcuni partecipanti hanno apprezzato la riflessione suscitata dai temi trattati, altri
hanno provato disagio, trovando alcune domande invasive. Le reazioni raccolte hanno evidenziato
l’importanza di trattare certi temi con sensibilità e attenzione. Dai dati emergono differenze intriganti
relative all’età e alle credenze religiose dei partecipanti. I giovani adulti (18-24 anni) mostrano livelli più alti di attaccamento ansioso e una visione della morte incentrata sull’annientamento, rispetto agli adulti oltre i 24 anni. Questo indica una maggiore vulnerabilità emotiva verso la morte in questa fase, probabilmente a causa dei cambiamenti identitari e relazionali di questo periodo. Le credenze religiose hanno un ruolo chiave: i credenti manifestano meno ansia per la morte e una visione meno negativa del morire rispetto ad agnostici, atei o chi rientra in “altro”. Questi ultimi vivono la morte in modo più angosciante o indefinito. Le analisi statistiche confermano che tali differenze sono significative sia per l’ansia legata alla morte sia per la sua rappresentazione simbolica. È interessante notare come il contesto culturale e sociale possa modulare ulteriormente queste percezioni. Nei contesti in cui la morte è un argomento più discusso apertamente, le persone tendono a mostrare un’accettazione maggiore e un’ansia ridotta. Al contrario, in società dove la morte è considerata un tabù, l’ansia e la paura possono
risultare accentuate. Queste osservazioni aprono la strada a potenziali interventi educativi e terapeutici
mirati a ridurre l’ansia legata alla morte, promuovendo una comprensione più profonda e serena di questo inevitabile aspetto della vita.
Programmi che incoraggiano il dialogo aperto sulla morte e la riflessione sulle proprie credenze
personali potrebbero migliorare il benessere psicologico e aiutare le persone ad affrontare la morte
con maggiore serenità.
Infine, questi risultati sottolineano l’importanza di considerare le differenze individuali e culturali
quando si progettano interventi per affrontare l’ansia relativa alla morte, garantendo che siano
sensibili e adattati alle esigenze di ciascun individuo.
Limiti e prospettive future
Come ogni indagine empirica, anche il presente studio presenta alcuni limiti che è importante
considerare nella lettura e interpretazione dei risultati. In primo luogo, la composizione del campione
– costituito principalmente da adulti giovani e reclutato attraverso canali online – limita la
generalizzabilità dei risultati ad altre fasce d’età e a contesti culturali differenti. Inoltre, l’impiego
esclusivo di strumenti self-report comporta il rischio di bias legati alla desiderabilità sociale o alla
soggettività nella percezione di sé, specialmente in riferimento a tematiche complesse e
profondamente personali come l’attaccamento e la morte.
Un ulteriore limite riguarda la natura trasversale dello studio, che impedisce di cogliere l’evoluzione
delle rappresentazioni della morte nel tempo e in relazione a esperienze di vita significative. Sarebbe
utile, in tal senso, un approccio longitudinale che permetta di osservare come l’attaccamento e le
immagini della morte si influenzino reciprocamente nel corso dell’esistenza.
Infine, non sono state prese in considerazione alcune variabili potenzialmente rilevanti, come
l’orientamento religioso, il contesto familiare o eventuali esperienze traumatiche pregresse, che
potrebbero agire da mediatori o moderatori nella relazione tra stile di attaccamento e rappresentazioni
della morte.
Per il futuro, sarebbe auspicabile ampliare la ricerca includendo campioni più eterogenei, sia per età
che per background socioculturale, e avvalersi di metodologie miste, integrando strumenti
qualitativi (come interviste o analisi tematiche) per approfondire la ricchezza soggettiva delle
narrazioni individuali sulla morte. In questo modo si potrebbe meglio comprendere la complessità di
un tema che, pur essendo universale, si declina in forme profondamente personali.
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